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Dahlia Ravikovitch: Hishtadlut nosefet

אילו יכולתי להשיג אותך כולך
איך אפשר לי להשיג אותך כולך
אפילו יותר מן הפסילים האהובים
יותר מן ההרים החצובים ביותר
יותר ממכרות
הפחם הבוער,
נאמר מכרות הפחם הכבוי
והבל היום הבוער כתנור.

לו אפשר להשיג אותך לכל השנים
איך אפשר להשיג אותך מכל השנים,
איך אפשר להאריך את הזרוע האחת
כפלג אחד של נהר באפריקה,
כראות בחלום את מפרץ הסערות
כראות בחלום אנייה שטבעה,
כשם שמדמים עננים כיצוע
שושני עננים כיצוע לגוף,
אך ברצותך הם לא יישאוך
אל תאמיני כי יישאוך.

לו אפשר להשיג אותך כולך-שבכולך
לו אפשר להשיג אותך כמו המתכת,
נאמר כמו עמודים של נחושת,
נאמר כמו עמוד נחושת סגולה
(העמוד שזכרתי בקיץ שעבר);
וקרקע הים שלא ראיתי
וקרקע הים שאני רואה
בעומס של אלף סובכי-אוויר
אלף ומאה נשימות כבדות.

לא אפשר להשיג אותך כולך-שבעכשיו
איך אפשר שתהיי לי כמו אני עצמי…

השתדלות נוספת, דליה רביקוביץ

If I could only get hold of the whole of you,
How could I ever get hold of the whole of you,
Even more than the most beloved idols,
More than mountains quarried whole,
More than mines
Of burning coal,
Let’s say mines of extinguished coal
And the breath of day like a fiery furnace.

If one could get hold of you for all the years,
How could one get hold of you from all the years,
How could one lengthen a single arm,
Like a single branch of an African river,
As one sees in a dream the Bay of Storms,
As one sees in a dream a ship that went down,
The way one imagines a cushion of clouds,
Lily-clouds as the body’s cushion,
But though you will it, they will not convey you,
Do not believe that they will convey you.

If one could get hold of all-of-the-whole-of-you,
If one could get hold of you like metal,
Say like pillars of copper,
Say like a pillar of purple copper
(That pillar I remembered last summer)—
And the bottom of the ocean I have never seen,
And the bottom of the ocean that I can see
With its thousand heavy thickets of air,
A thousand and one laden breaths.

If one could only get hold of the-whole-of-you-now,
How could you ever be for me what I myself am?

The second trying, Dahlia Ravikovitch, Translation by Chana Bloch and Chana Kronfeld

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I miei occhi giacciono

Caro Giuseppe,

la tua storia l’ho conosciuta solo l’anno scorso. Forse perché i nostri cammini non avevano mai possibilità di incrociarsi. Forse perché hai vissuto oltre mille chilometri lontano da me. Forse perché la tua lignua non la sapevo parlare. Eppure il tuo sguardo ha incontrato il mio. Questo tuo sguardo sulla terra che ha cambiato il mio modo di vederla. Avrei voluto dirtelo di persona, ma non ci sono riuscita, il tempo era più veloce di me.
E’ stata una giornata bellissima, d’estate. Fuori splendeva il sole e faceva caldo. Ero seduta sul pavimento del salotto davanti al mio notebook. Poi, per caso, ho trovato il tuo sito e quella poesia. Non sapevo che l’uomo la cui silhouette avevo scoperto navigando in rete eri tu. C’erano anche delle foto in bianco e nero. Tu con berretto e sciarpa. Tu con gli amici. Tu al mare. Sicilia. Sicilia. Come risuona questa bella parola. Poi ho letto la tua biografia e proprio in quel momento mi sono accorta di qualcosa che avrei dovuto capire più presto. Sei morto.
Pensavo che fossimo coetanei. In fondo la penso sempre così, siccome la morte è troppo grande per essere comprensibile veramente. Spensi il pc e andai fuori. Vicino a casa mia c’è un ruscello e i raggi di sole rilucevano sull’acqua. La contraddizione tra la bellezza della natura selvatica e l’amarezza della realtà non avrebbe potuto essere più grande. Il tuo destino mi aveva stretto la gola. Da questo momento in poi ho voluto scriverti una lettera. Eppure le mie righe non ti arriveranno prima di metà marzo 2010, perché le parole hanno bisogno di tempo. Sullo stretto sentiero tra il ruscello e il tuo passato mi fermai un attimo per riflettere. Senza neanche accorgermene l’estate scorsa ho preso una delle decisioni più importanti sulla mia vita.
La Sicilia, circondata dal mare di Ulisse, questa terra con i suoi splendidi colori e le lunghe estati calde, ha permesso che ti assassinassero con una carica di tritolo posta sotto il tuo corpo adagiato sui binari della ferrovia. Sarà che sono tedesca, sarà che in quel momento, sul pavimento del salotto, ero impreparata alle righe che stavo per leggere, il passo sulla notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 l’ho dovuto leggere cinque volte prima di capirlo. Forse non spetta a me di dirtelo, visto che non ci siamo mai conosciuti, ma sappi che nella mia testa si è creata un’immagine indelebile di quella notte; come se ci fossi stata, impotente davanti agli attimi che diventarano l’eternità. Avrai per sempre trent’anni. Fra i miliardi di uomini al mondo ci sei stato tu. Tu con berretto e sciarpa. Tu con gli amici. Tu con la tua sete di giustizia. Con la tua rabbia infinita contro la mafia. Con le tue poesie piene di libertà e dolore. Nel momento in cui ho realizzato le tue speranze, la tua rabbia è diventata la mia.

Puoi contare su di me, Peppino. Questo te lo volevo dire in quella notte in cui non ero ancora nata. Volevo correre dietro a te per dirti quanto ti stimo. Invece ho cominciato a correre solo nell’anno scorso e quindi non ti raggiungerò più. Tu però hai raggiunto me.

«I miei occhi giacciono
in fondo al mare
nel cuore delle alghe
e dei coralli.
Seduto se ne stava
e silenzioso
stretto a tenaglia
tra il cielo e la terra
e gli occhi
fissi nell’abisso.»

 

Peppino Impastato