Il ristorante dei ricordi

Ci sono dei momenti in cui se ti fermi sei fatto, e se ti muovi sei fatto lo stesso.“ (City of God)

„Siamo una grande nazione, un gigante buono che vuole vivere in pace con i suoi vicini.“ (Joseph Kabila)

„L’inferno sono gli altri.“ (Jean-Paul Sartre)

Eravamo seduti su un muretto di cemento e Bijou mi aveva guardato a lungo. Pensavo che le uniche cose belle di questo luogo fossero i graffiti sul muro e il tempo. Il tempo di una sigaretta per chiacchierare. Durante tutto il mio periodo nell’aiuto ai rifugiati non l’ho quasi mai visto sorridere, Bijou. Lavorava come lavapiatti in un ristorante chic non lontano dal muretto. Mi ricordo bene quel giorno, perché Bijou mi mostrò una foto in bianco nero in cui figuravano alcuni punti sfocati.

Due anni prima era fuggito dal Congo, Bijou, l’uomo il cui nome significa Gioiello. Durante le pause sigaretta Bijou mi raccontava  del suo Paese, di ciò che  era stata  la sua Terra.

– Se a un Dio si deve questo mondo, disse, allora è un Dio sterminatore.

Nel Congo lo stupro è un’arma che si usa quanto un kalashnikov . Cosa è successo alla madre e alle sorelle di Bijou, l’ho saputo soltanto attraverso il suo processo d’asilo politico . Viene da chiedersi come si possano   affrontare queste due realtà: il Congo e la Germania. Una notte che dura, dal momento che si nasce in quella terra africana, e dall’altro lato le nostre banalità; io vengo da un Paese, la Germania, in cui una delle regole principali è: non mietere l’erba di domenica. E ognuno ci si attiene.

Per avere un lavoro Bijou era disposto a sgobbare 16 ore al giorno e 7 giorni la settimana. Spesso ho percepito la bile razzista della gente nelle piccole cose, in fila alla cassa del supermercato, negli sguardi o nel linguaggio tipo „tu andare lì e aspettare.“ ma l’ho capito soprattutto dal diverso trattamento nell’orario di lavoro per gli immigrati come Bijou. L’hanno spremuto come un limone, sapendo che egli non aveva altra possibilità: o questo lavoro o niente.

– Di notte si sentivano i colpi di mitra, grida o un silenzio ingannevole. Questo maledetto silenzio notturno che copriva le loro scelleratezze.

Nessun altro paese africano è in grado di competere con la corruzione congolese. Il battito del cuore del Congo è quello di un paziente alla macchina cuore-polmone. Nelle sue vene pompano i miliardi di dollari  provenienti non solo dallo sfruttamento delle miniere di diamanti, d’oro e di coltan, ma anche dal commercio d’armi, dal traffico di rifiuti tossici e della cocaina. Poi scompaiono, i dollari, nel sottobosco di un paese in cui le leggi del mercato e di crescita economica sembrano non esistere.

– Da ragazzino sognavo di diventare calciatore. Il mio idolo era Patrick Ntsoelengoe. Giocavamo per strada fino a che non faceva buio.

Una delle espressioni più notevoli che abbia mai sentito è „violenza interetnica“. E’ il nostro modo distaccato di descrivere l’horror che ha riempito ogni angolo del Congo con odio e sangue? Già da molti anni questo paese si trova nella presa alla gola dai ribelli. Nel 1997 i ribelli di Laurent-Désiré Kabila rovesciarono la dittatura di Mobutu e conquistarono Kinshasa. Si autoproclamò nuovo presidente Kabila e ebbe elogi anticipati da parte di esperti, politici e diplomatici, incapaci di immaginarsi un demagogo ancora peggio di Mobutu. Si sono sbagliati. Kabila era molto più imprevidibile, meschino e brutale. Tra il 1998 e il 2003 si svolse la seconda guerra del Congo, una guerra le cui conseguenze nel 2004 ogni giorno costarono la vita a oltre mille persone. Un inferno dimenticato e passato inosservato, forse perché il conflitto era troppo complesso per avere l’attenzione dei mass media.

Mi sono spesso chiesta come mai in questo paese si adattino i gorilla di montagna, animali  particolarmente pacifici, agli uomini crudeli. E’ ciò una contraddizione indissolubile. Oggi nel parco nazionale di Kahuzi-Biega all’est del Congo vivono forse 130 gorilla. In precedenza le stime parlano di circa 17.000 animali.

Dopo più di 40 anni di invasioni e ribellioni il Congo è stato lasciato sprofondare nell’anarchia. E Bijou è uno dei testimoni di un genocidio a rate, di fronte a cui restava impotente l’ONU.

Lui ce lo potrebbe raccontare, ma dovremmo ascoltare.

– Se hai bisogno di un documento, ci vuole un piccolo gesto di amicizia, una mazzetta a un funzionario. Nel Congo tutto quello che fanno è legale nella misura in cui effettivamente esiste una legge.

In Germania la gente molto probabilmente presumeva che Bijou non fosse in grado di comprendere una sola parola Invece non fu così, anzi, era lui l’unico in grado di spiegare i retroscena di una delle guerre più sanguinose del mondo. Senza mai usare il termine terrore.

Eravamo seduti sul muretto di cemento. Bijou tirava fuori dalla tasca della sua giacca una foto in bianco e nero  e adesso mi guardava   a lungo.

-Cos’è?

– Divento padre. Questa è la prima foto del mio bambino.

Ho sorriso. Un piccolo punto bianco…

– Ha il tuo naso, Bijou.

Per me sono sempre stati dei momenti commoventi vedere finalmente una luce per le persone che ho accompagnato, anche se solo per un instante, nella loro vita.

Bijou si alzava e con la foto nella mano tornava al lavoro, nel ristorante.


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